Ho sognato il mio animale guida.

Giuro. E, giuro, mi diceva: non sprecare i tuoi talenti!

Che poi è molto cattolica come cosa, perché i talenti si chiamano così per via della parabola dei talenti. Fondamentalmente i talenti erano dei soldi. E questo è abbastanza strano, in effetti, o forse triste. Erano delle grosse monete che venivano distribuite a dei servi da un ricco signore, che insomma era Dio. E mi ricordo che a catechismo mi si stringeva il cuore per quel servo che il padrone gli dava un talento, e gli diceva di curarlo per bene mentre era via, e lui lo nascondeva per benino, per essere sicuro che nessuno lo rubasse, che non gli succedesse niente di brutto. E quando il Dio padrone (ops, ho bestemmiato) tornava a casa, tutti gli altri avevano fatto fruttare i loro talenti ed erano diventati tre, cinque, sette, e lui sempre uno ne aveva, ed era tutto orgoglioso di ridarglielo indietro, e probabilmente l’aveva anche lucidato, e per tutta risposta il Dio padrone gli faceva un mazzo così.

Era ingiusto, e triste, e in verità io il mio talento l’ho nascosto così bene che adesso sono preoccupatissima che torni da un momento all’altro il Dio padrone e non so come dirgli che ne ho zero, di talenti.

Ma soprattutto, nel sogno il mio animale guida era una vongola.

Una sciocchezza azzurra

 

(Le farfalle nel mio stomaco non sopravvivono al tasso di acidità)

Restano tracce. E la notte, escono. Come le blattelle germaniche.

Perfino quando ti sogno, sogno anche il nostro rancore.
Avrei potuto cambiare tutto. Sarei dovuta cambiare, tutta.

Nel mio mondo si odiano gli armadi, mentre le sedie si amano.
Non c’è un perché. Forse perché gli armadi contengono cose, le sedie contengono persone. No: i miei armadi contengono anche persone, senza contare gli scheletri. E le mie sedie fanno da armadio.
Forse perché le sedie sono quasi dei mammiferi. O perché gli armadi sono sempicemente sgraziati. O perché quando gli armadi restano aperti, nessuno può addormentarsi nella grazia di Dio. Come addormentarsi davanti alla tv prima dello schermo piatto, con quei risvegli stropicciati delle 4 di notte con il cervello blu.

Nel mio mondo ci sono le persone vecchie e le persone giovani.
Il discrimine è qual è l’ultima ora della notte e quale la prima del mattino.
4 di notte vs 4 del mattino.
Mio padre dice “è l’una del mattino.”

Sogninvilleggiatura.

4 agosto
Un mio insegnante di teatro fa degli origami di dimensioni crescenti e in scala di colori, li infila in una ghirlanda che resta sospesa come un arcobaleno.

5 agosto
Entro in Feltrinelli, è l’8 ottobre. Le commesse stanno montando gli allestimenti di Natale. Chiedo loro se non è un po’ presto, loro rispondono che è arrivata una direttiva generale con questa data. Insinuo il dubbio che si siano sbagliati e intendessero l’8 novembre.

7 agosto
Mentre cerco di sognare di lavorare, vengo interrotta da una bambina povera uscita dall’Inghilterra Vittoriana, che ha bisogno di aiuto per sfuggire alla Santa Inquisizione, o qualcosa di simile.
Siamo in una distesa di neve.

13 agosto
Milano immaginaria (già successo). C’è il quartiere del macello, che si affaccia su un molo veneziano. C’è la casa d’angolo con giardino che vorrei comprare, con almeno 4 stanze e dimenticata aperta, per arrivarci bisogna attraversare il quartiere di Santa Lucia della città dove sono nata.
C’è una periferia residenziale geometrica molto simile a un villaggio turistico.

14 agosto
Sogno il mio ex fidanzato. Trovo dei biglietti della sua nuova fidanzata scritti sopra dei vecchi biglietti miei.
I miei biglietti erano scritti in una calligrafia rigidissima, quasi da bambina. Mi chiedo se davvero sembravo una persona così ordinaria.

20 agosto
Una complicata acconciatura con trecce bionde eseguitami dalla mia migliore amica.

23 agosto.
Faccio cadere Smunzy dal balcone.

24 agosto.
Il mio fidanzato (ma nel sogno è biondo) mi porta da amici con famiglia.
Ci mostrano un giardino pensile di piante grasse, cammino con la paura di pungermi, ma sono morbide, alla fine sono diventati cuscini. Lì c’è un peluche di gorilla che piange perché il suo bambino l’ha lasciato lì, lo consolo.

25 agosto.
Vado a trovare i vecchi colleghi, una mi chiede un pezzo di buccia d’arancia per Natale, proprio dietro di lei compare mio fratello che ha un’arancia in mano e me lo dà.
Porto mia madre a mangiare i cannoli.

Ci sono giorni che hai aspettato per settimane, mesi, perfino per anni.
Temuti, desiderati, prefigurati in ogni dettaglio. Date scelte con cura, giorni che magari ti cambiano di categoria per sempre.
Eppure quando arrivano, nascono vivono e muoiono esattamente come tutti gli altri giorni.
Quasi da restarci male. Come se qualcuno ti avesse assicurato che duravano di più.

-Quando ero ragazzo, l’autunno era la stagione che mi piaceva di più.
-Perchè?
-C’erano i preparativi per la vendemmia, i profumi e i colori della campagna dopo le prime piogge, ricominciava la scuola con un orario fortemente ridotto e, con essa, piacevoli attività collaterali; in Sicilia, il tempo era mite fino alla fine di novembre.
-Basta, che mi fai piangere. Ma già al quand’ero ragazzo.

Cosa ti interessa.
Cosa mi intreressa? Mi interessa stabilire differenze. Mi interessa il margine sottile o infinito dietro una differenza. Mi interessa la differenza tra essere preso a calci da un coglione ed esere preso a calci da una persona straordinaria, e dopo quanto la differenza non la riesci a distinguere perchè senti solo i calci; mi interessa la differenza tra girare una maniglia per vedere se la porta è aperta e girarla pensando che sia aperta, specialmente quando è chiusa.
La differenza tra chi cerca la bellezza nelle cose e chi la crea.

La gente si divide in due categorie:
chi va messo in copia e chi no.

Da oggi / per una volta.

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